martedì 30 novembre 2010

Il vuoto e la musica


C’era una volta un piccolo vuoto che era rimasto imprigionato a terra quando il grande vuoto era salito nello spazio. Non era informe come un gas, ma per non disperdersi nell'atmosfera terrestre era protetto da un involucro sferico come una bolla di sapone. Poi era stato catturato da uno scenziato ed imprigionato in un barattolo di vetro a chiusura ermetica, e non riusciva più ad uscire per tornare lassù nel grande spazio vuoto come lui.
Attraverso il vetro, vedeva l’uomo che preparava barattoli come il suo. Per seguire i suoi esperimenti di alimentazione extra gravitazionale, in alcuni metteva prima sostanze colorate, granelli e cubetti di cibo che galleggiavano nel vuoto come la neve nelle sfere di vetro dei souvenir.
Poi faceva entrare pian piano vari tipi di arie, che teneva in altri barattoli, per vedere la reazione che che ne scaturiva, e il vuoto dentro si liberava man mano, e tornava del tutto libero quando tutta l’aria aveva preso il suo posto.
Il piccolo vuoto capì che presto sarebbe potuto uscire in quel modo. Lesse sulle etichette dei barattoli i vari tipi di aria : “Aria di montagna” , “Aria di mare”, “ Aria fine”, “Aria fritta”, “Aria compressa”, “Aria viziata”, “Aria sana” e tante altre, ma non voleva essere mescolato a nessuna di queste. C’era invece un’Aria di Musica che l'uomo aveva catturato e rinchiuso, ed è questa che avrebbe voluto sposare, e magari portare via con sè quando fosse tornato libero..
Ed ebbe un colpo di fortuna. L’uomo aveva anche preso un’Aria di Tempesta e voleva cacciarla in un barattolo, ma quella turbinosamente gli sfuggì e creò un vortice che risucchiò il barattolo del piccolo vuoto e quello della Musica, che caddero a terra e si spaccarono,liberando i due prigionieri. La bolla del piccolo vuoto ondeggiò in aria e ne approfittò subito per inglobare l’Aria di Musica. Ma si accorse che nel vuoto la Musica non si sentiva più, e capì che non era la sposa adatta a lui.
Intanto l’uomo, prima che la bolla potesse fuggire dalla finestra, attaccò l’aspiravuoti per riacciuffarla, ma l’Aria di Tempesta spalancò la finestra e la bolla scoppiò, liberando la Musica. Così il piccolo vuoto poté volare in alto per tornare nel grande vuoto dello spazio, e l’uomo non riuscì più a catturare la Musica per rinchiuderla in qualche barattolo, restò sempre libera di suonare ogni volta che il vento faceva vibrare una corda o soffiava in una conchiglia ..

sabato 27 novembre 2010

Il pastore e l'ulivo


C’era un vecchio pastore che aveva una sola vecchia pecora e un vecchio cane. Andava ogni giorno, da anni, nel suo campo pieno di vecchi ulivi, ma era sempre più stanco, e quando il sole picchiava forte si stendeva all’ombra dell’ulivo più frondoso e si addormentava, insieme alla sua pecora e al suo cane.
E ogni volta faceva lo stesso sogno: sognava di quando era arrivato il lupo e gli aveva sbranato tutte le pecore, e allora si risvegliava tutto tremante, accarezzando il cane e la pecora che dormivano accanto a lui.
Un giorno cambiò ulivo, perché il sole era più basso e l’ombra era girata. Si addormentò e fece un altro sogno, di quando un incendio gli aveva distrutto la casa e ucciso moglie e figli, e si era salvato solo il cane. Il giorno dopo, sotto lo stesso ulivo, rifece lo stesso sogno, e anche il giorno appresso.
Provò a cambiare ancora ulivo, e stavolta sognò di quando era tornato da militare e gli avevano dato una medaglia, poi, sotto un altro ulivo, di quando era caduto dalla scala per cogliere le olive e si era rotta la gamba, e per poco non moriva se il suo cane non avesse dato l’allarme. E anche il giorno successivo, sotto la stessa pianta, rifece esattamente lo stesso sogno.
Cambiò ancora e sognò il giorno del suo matrimonio, poi la nascita del suo primo figlio, poi andò sotto l’albero con intagliato un giorno ed un cuore e sognò di quando s’era innamorato la prima volta.
Allora si ricordò che durante la vita aveva intagliato su un ulivo, ogni volta diverso, la data del giorno in cui gli era successo qualcosa di particolare, per cui capì che ogni pianta con una data incisa era legata ad un episodio significativo, bello o brutto, della sua lunga vita, e che dormendo sotto quella pianta poteva rivivere in sogno quell’episodio, e che il sogno cambiava se cambiava l’ulivo sotto il quale si addormentava.
Da quel giorno scelse di dormire solo sotto gli ulivi con incise le date dei giorni più felici, o comunque belli e sereni, evitando di dormire sotto quelli che gli avrebbero risvegliato brutti ricordi.
Il tempo passò e venne il giorno che si sentì così stanco che non sapeva se avrebbe avuto la forza di rialzarsi, anche se si fosse risvegliato. Allora incise su un tronco la data di quello stesso giorno, e poi si distese a dormire. Sognò di quella volta che era venuto nell’uliveto insieme al suo nipotino, e mostrandogli i grandi ulivi, gli aveva detto: “Quando non ci sarò più, tutte queste olive saranno tue” E il bambino aveva risposto: “Ma nonno, come faccio a prenderle, se sono così alte ?”
“ Non ti preoccupare – gli aveva detto – quando verrà quel giorno non farai nessuna fatica a prenderle”.
Quando quella sera suo nipote, ormai ragazzo, non vedendolo tornare venne a cercarlo, lo trovò con il suo vecchio cane raggomitolato in grembo, e la sua vecchia pecora stretta a fianco, tutti e tre addormentati per sempre.
E tutte le olive erano cadute a terra dai rami degli ulivi, pronte per essere raccolte.

mercoledì 24 novembre 2010

Il castagno e l'edera


C’era nel bosco un grande castagno che sovrastava con la sua folta chioma tutti gli alberelli e i cespugli del sottobosco. C’era però un’edera strisciante e invidiosa dell’altezza degli alberi, che voleva sollevarsi da terra e salire ad affacciarsi sul cielo aperto, così si arrampicò sul tronco rugoso del castagno per raggiungere i rami più alti. Ma arrivata in cima c’erano appesi ai rami tanti ricci di castagne e non riusciva a passare senza pungersi e ferirsi le foglie.
L’edera, col suo fare sinuoso e infido, cercò di convincere il castagno a lasciar cadere i suoi frutti e a farla passare, ma le castagne non erano ancora mature e l’albero si rifiutò.
Allora l’edera fece salire altri tralci dalle sue radici e avvolse completamente il tronco del castagno, minacciandolo di soffocarlo e farlo morire. Il castagno non voleva cedere a quella prepotenza e arrendersi al ricatto, ma sentiva che lentamente quel parassita lo stava strozzando fino a impedirgli di aspirare la sua linfa.
Chiese aiuto ai funghi del bosco, pregandoli di fare un cerchio attorno al suo tronco per non far passare l’edera, ma i funghi chiesero in cambio un diritto perenne di attaccarsi alle sue radici e succhiare la sua linfa, col rischio di farlo morire ugualmente. Così rifiutò.
Chiese aiuto ai bruchi, perché salissero in cima all’edera e le rosicchiassero tutti gli apici dei germogli per non farli più crescere, ma quelli chiesero in cambio di mangiarsi anche le sue foglie. Questo l’avrebbe fatto morire lo stesso, e allora disse ancora di no.
Infine si rivolse al fulmine, pregandolo di scaricarsi sull’edera e bruciarla, ma il fulmine rispose che non poteva fare distinzioni, e se avesse colpito l’edera avrebbe bruciato anche il suo tronco. E il castagno fu costretto a rifiutare anche questo aiuto.
Così alla fine dovette rendersi conto che di fronte alle minacce dei sopraffattori e dei prepotenti non poteva contare sull’aiuto di quelli che erano pronti ad approfittare di chi si trova in difficoltà , ma che doveva cercare un amico disinteressato.
Così chiese consiglio al tempo. Il tempo gli disse di resistere finché fosse arrivato lui a sistemare tutto. Infatti venne l’autunno, le castagne maturarono e i ricci caddero a terra. Arrivò nel bosco il contadino con tutta la sua famiglia a raccogliere le castagne, vide l’albero ricoperto dall’edera e allora con la falce tagliò tutti i tralci alla base per farli morire, ed estirpò anche tutta l’edera attorno alle radici del castagno.
Morale della favola: di fronte alle avversità e agli attacchi dei nemici, non bisogna arrendersi, ma resistere e aspettare che il tempo faccia maturare il frutto della rivalsa.

domenica 21 novembre 2010

La maschera e il volto


C’era una maschera con un volto maschile che cercava un volto femminile a cui adattarsi perfettamente. Volteggiava nell’aria come un uccello rapace, e quando vedeva passare un bel volto di donna, planava sulle ali del vento fino a stamparsi in faccia alla prescelta.
Ma c’era sempre qualcosa che non corrispondeva, o la distanza degli occhi, o la lunghezza del naso o del mento, o la larghezza degli zigomi e della bocca.
Questi attriti, poco dopo il contatto, provocavano una reazione del volto che strappava la maschera e la gettava via.
La maschera, disperata da tutti questi insuccessi e stanca di essere respinta, andò a consultarsi da uno psicologo. Costui analizzò la situazione e poi disse alla maschera che il motivo del rigetto dipendeva dai suoi connotati. La maschera rappresentava la faccia di una befana ed era difficile trovare una donna che accettasse di adattarsi alla sua forma. Se non voleva essere più respinta, doveva, anziché pretendere che il volto si adattasse a lei, fare il contrario e uniformarsi e quasi ricalcare il volto al quale voleva congiungersi.
Allora la maschera andò da un chirurgo plastico, che la infiltrò e la manipolò fino a renderla malleabile come una pellicola gommosa e argillosa.
La maschera divenne cedevole e flaccida come un disco di pasta lanciato in aria dal pizzaiolo, e quando piombava sul volto prescelto, aderiva così bene da riprodurne perfettamente la fisionomia.
Ma in questo modo perse tutto il suo carattere e la sua personalità, divenne un fantoccio multiforme sempre molle che ubbidiva a tutte le espressioni assunte dal volto femminile.
Così arrendevole e sottomessa, in breve si sentì degradata e mortificata, e sentì il bisogno di riassumere delle sembianze più personali e dignitose.
Così tornò dal chirurgo plastico e gli chiese di trasformarla in una materia semirigida, automodellante, che non si lasciava plasmare ma che decideva autonomamente di scegliere una forma piuttosto che un’altra, come una specie di Giove che poteva, secondo le occasioni e il tipo di donna che voleva conquistare, assumere le sembianze più adatte allo scopo.
Il chirurgo rispose che c’era un sistema più sicuro e più semplice: prese il calco della faccia di un noto presidente, sempre sorridente e suadente, ben impastata con acidi, botulini e collageni da essere praticamente irresistibile e inalterabile, insomma una bella faccia tosta, una faccia che aveva sempre successo con le donne per la sua influenza e notorietà, e la applicò a caldo sulla maschera fino a farla ben assorbire e fonderla completamente con la cartapesta.
E da quel momento la maschera divenne così morbidamente ammaliante e seducente, che tutti i volti femminili accettavano di combaciare e congiungersi con lei con la massima duttilità e arrendevolezza. Ma in verità quella faccia non era indistruttibile e lentamente cominciò a perdere i pezzi, e l’effetto magico non fu eterno come era stato garantito….

sabato 20 novembre 2010

La nuvola e il nembo


C’era una nuvola candida come la neve, come la panna montata, come un gran fiocco di bambagia, che scorreva nell’azzurro gonfiandosi in tanti palloncini ribollenti, tutta vanitosa del suo biancore immacolato e cercando di evitare di sporcarsi mescolandosi con qualche nuvola più grigia, informe e filacciosa.
Ma c’era un nuvolone scuro e procelloso che l’aveva presa di mira e spesso la infastidiva, aspettandola quando passava e poi cercando di intorbidarla, oppure minacciandola con dei brontolii e anche assumendo forme sconce per scandalizzarla. Se lei cercava di fuggire, lui la inseguiva rivolgendole dei rigurgiti volgari e perfino delle scariche indecenti.
Un giorno riuscì a sbarrarle il passo chiudendola in una gola di montagna dove lei si era rifugiata, e col suo vocione tonante le urlò che se non si fosse lasciata avvolgere e coprire dal suo scuro mantello, l’avrebbe trafitta e polverizzata con una delle sue saette.
Quando il nuvolone, per spaventarla ancora di più, cominciò ad abbagliarla con dei lampi e a farle cadere addosso una fitta pioggia, la nube bianca cercò una via di fuga ma capì che ormai era circondata, ma piuttosto che arrendersi e farsi inglobare e sporcare da quelle volute scure, era disposta a sciogliersi e svanire per sempre.
Così quando lui, per tramortirla del tutto, cominciò anche a tempestarla con dei grossi chicchi di grandine, lei li trattenne dentro di sé per raffreddarsi tutta e poi si trasformò in neve bianca, che cadde con tanti piccoli fiocchi ad imbiancare tutta la montagna.
Il nuvolone, scornato e arrabbiatissimo, se ne andò oltre l’orizzonte a cercare altre nubi bianche da inseguire e a formare cicloni in mari lontani. Da allora , se cercava di rifarsi vivo, veniva subito scacciato da luminosi cumuli nembi o disperso dalle pecorelle del cielo.
Così da quel momento tornò il sereno e il sole sciolse la neve. Si formò un torrente limpido e scrosciante che discese dalla montagna e arrivò al mare.
L’acqua della nuvola, dolce e pura, non voleva mescolarsi con quella salata e opaca del mare, così restò in superficie in uno strato sottile come una bolla di sapone, finché il calore del sole la fece evaporare e poté tornare in cielo a formare una nuvola candida come il latte, con le sue belle gote gonfie come le vele di un galeone e bianche come le ali di un gabbiano.

giovedì 18 novembre 2010

La canna e la pastorella


C’era una grossa canna, alta, nodosa e forte in un canneto in riva al fiume. Non aveva piume in cima e non si piegava sibilando al vento, mentre le canne più giovani e snelle vibravano e risuonavano ad ogni folata. Però non era un suono musicale, ma una specie di fischio sempre monotono.
C’era una pastorella che veniva d’estate a fare il bagno nel fiume, e si nascondeva nel canneto per spogliarsi. Le giovani canne, vedendo le leggiadre grazie della pastorella, fischiavano anche più forte, si flettevano e la accarezzavano con le loro piume mentre lei scendeva nell’acqua. E ogni volta beffeggiavano l’inflessibile canna, che era sempre silenziosa ed evitava perfino di sfiorare la pastorella, da quando una volta, per toccarla, l’aveva graffiata con le sue lamine taglienti.
Poi un giorno un picchio entrò nel canneto e fece dei buchi sulla vecchia canna per cercarsi un nido, e quando arrivò il vento da quel duro legno non uscirono fischi sibilanti, ma dei suoni dolci ed armoniosi.
La pastorella ascoltò quei suoni e pensò di costruirsi uno strumento con quella canna per passare il tempo mentre curava le pecore. Tagliò la canna bucata e la portò a suo padre, che la intagliò ad arte, aggiungendo altri buchi, fino a trasformarla in un bel piffero.
La pastorella imparò a suonare molto bene il suo strumento, e lo portava sempre con sè anche quando tornava nel canneto per fare il bagno. Le giovani canne, quando lei suonava, smettevano di fischiare e ascoltavano rapite quella musica, ma erano un po’ invidiose perché la vecchia canna era diventata un bello strumento levigato che emetteva seducenti melodie, e soprattutto perché era sempre accarezzata dalle mani della bella pifferaia e baciata dalla sua bocca.

mercoledì 17 novembre 2010

La zebra ed il ghepardo


C’era una zebra che era stufa di essere vestita a strisce come un carcerato, ma soprattutto voleva mimetizzarsi per evitare di essere attaccata e sbranata dai ghepardi come le sue simili. Così cominciò, ogni mattina, a rotolarsi nel fango finché non si distingueva più il colore del suo pelo.
Con quel fango seccato addosso, la zebra sembrava un bel cavallo baio, e siccome di cavalli in giro non ce n’erano, era guardato con curiosità da tutti gli altri animali.
Per distinguersi ancora meglio, cercava di non mescolarsi al branco delle altre zebre, ma galoppava solitaria nella savana.
Un ghepardo cacciatore notò quello strano quadrupede e cominciò a corrergli dietro, un po’ perché era affamato, ma anche perché voleva vedere da vicino questa nuova preda che non sembrava una zebra, ma neppure un bufalo, uno gnu o un’antilope come gli altri animali con le corna. Lo raggiunse e gli saltò sul groppone, poi cercò di morderlo ma gli restò la bocca piena di fango e saltò giù sputacchiando per lo schifo.
Allora gli si parò davanti e gli chiese che razza di animale fosse.
- “ Sono una cavalla zoccola ” – rispose la zebra.
- “ Allora sei come le zebre zoccole, che per non essere mangiate si fanno perfino montare…”
- “ No, zoccola perché ho gli zoccoli d’oro, vieni qui dietro che ti faccio vedere ”
Il ghepardo, curiosissimo, andò alle spalle della zebra e si abbassò per vedere gli zoccoli, ma si buscò una doppia scalciata sul muso, finendo ammaccato a gambe all’aria.
La zebra ne approfittò per scappare e guadagnare terreno, ma il ghepardo, infuriato, si era già ripreso, e velocissimo com'era stava per raggiungerla.
Allora la zebra cercò di attraversare un fiume per sfuggire alla cattura, ma nell’acqua il fango si sciolse e riapparve il suo caratteristico manto a strisce.
Il ghepardo, riconosciuta la zebra, le urlò che non solo l’avrebbe presa e sbranata, ma prima, per vendicarsi dell’affronto subito, l’avrebbe pure violentata. Detto fatto si gettò di slancio nel fiume per ghermirla, ma improvvisamente dall’acqua saltò fuori un coccodrillo che afferrò il ghepardo e lo trascinò a fondo per papparselo con comodo.
Morale della favola: se vai a zoccole, rischi di finire in bocca a qualche pappone…

martedì 16 novembre 2010

Il palombaro e la murena


Questa è la storia di un palombaro e di una murena, ma contrariamente al genere indicato nel nome, il palombaro era una donna e la murena era un maschio.
Il palombaro scende sott’acqua solitamente per lavorare, mentre la nostra palombara si immergeva per cercare spugne, coralli, perle ed altri oggetti preziosi.
Durante una delle sue immersioni, la palombara era entrata in un relitto di galeone e nella cabina del capitano aveva trovato uno scrigno che sperava fosse pieno di gioielli. Ma appena sollevato il coperchio ne era uscita una grossa murena, che le era saltata addosso per morderla. Fortunatamente la muta dello scafandro era durissima e la murena aveva subito dovuto mollare la presa.
Poi nuotando col suo sinuoso serpeggiare davanti all’elmo di bronzo, vide dalla finestrella che all’interno di quella specie di mostro c’era una bella ragazza e il suo istinto ferino si ammorbidì, e cominciò a boccheggiare davanti al vetro dell’oblò. Si direbbe quasi che tubasse come una colomba, ( o palomba, in questo caso…) per quanto sia possibile farlo sott’acqua...
La palombara, al sicuro dentro il suo scafandro e per nulla intimorita dall’animale, continuò la sua ricerca e spostava con la sua mano guantata le spire della murena ogni volta che le coprivano la visuale, mentre quest’ultima, quasi ammaliata da quello strano e affascinante essere, le si attorcigliava mollemente attorno al corpo, come invitandola a giocare con lei.
Infastidita e impedita nel suo lavoro, la palombara uscì dal relitto e cercò di liberarsi da quell’abbraccio, prendendo la murena per il collo e perfino cercando di calpestarne la lunga coda coi suoi pesanti scarponi di piombo.
Attratto da quella curiosa coppia che si divincolava sul fondo, un banco di aringhe, che passava là sopra, cominciò a ruotare attorno alla palombara come per partecipare alla danza. Ma le aringhe attirarono un grosso pesce spada, che arrivò come una saetta nel mucchio per farsi un boccone di aringhe.
La sua lunga spada trapassò la nuvola di aringhe, ma nello slancio trafisse anche la muta della palombara, aprendo uno squarcio sul fianco dal quale l’acqua entrò a fiotti, mentre un torrente di bollicine d’aria usciva per risalire veloce verso la superficie.
La murena colse l’occasione e si infilò nello squarcio, girò attorno al corpo della fanciulla, poi uscì di nuovo dall’apertura col capo, come fosse affacciata dalla sua tana, tamponando e impedendo in questo modo l’afflusso dell’acqua.
La ragazza, che era quasi svenuta per lo spavento del pesce spada e dell’acqua che le stava riempiendo lo scafandro, passò dalla paura al riso, perché ora sentiva la coda della murena che, con giri morbidi e vellutati, le solleticava il corpo.
Avvisò la barca d’appoggio di recuperarla, ma quando la murena s’avvide che lo scafandro iniziava a salire, con un morso tremendo troncò il tubo dell’aria e la gomena che lo reggeva e lo fece ripiombare sul fondo.
La ragazza capì che l’aria ancora contenuta nello scafandro stava finendo e stava per soffocare, ma poi avvertì l’amplesso della murena che la tranquillizzava, e il solletico divenne pian piano carezza e infine piacere. Si sentì come posseduta e la sua natura fusa a quella del pesce. Pian piano l’acqua la invase ma lei riusciva a respirare lo stesso, perché i suoi polmoni si erano trasformati in branchie.
Quando un altro palombaro scese ad agganciare lo scafandro e gli uomini dalla barca lo riportarono a bordo, si aspettavano di trovare il corpo della ragazza ormai senza vita, ma, appena tolti i bulloni dell’elmo, videro saltar fuori una bella sirena che con la sua bionda chioma al vento spiccò un bel salto fuori bordo per tuffarsi tra le onde.
Si racconta che molti palombari e subacquei che si immersero in quel mare negli anni successivi, giurarono di aver visto una sirena nuotare armoniosamente attorno al relitto e poi sparire nelle profondità dello scafo come fosse la sua casa.

domenica 14 novembre 2010

Il grillo e la cavalletta


C’erano una volta un grillo e una cavalletta, ma di sesso inverso a quello che farebbe supporre il nome, nel senso che il grillo era una femmina e la cavalletta un maschio.
Il grillo viveva in un prato e passava gran parte del tempo suonando il suo strumento.
La cavalletta viveva in un orto dall’altra parte di un fossato, perché non gli piaceva l’erba e invece era ghiotto di verdure. Sentiva arrivare da lontano il “cri-cri” del grillo ed era curioso di conoscere chi fosse a suonare così bene, ma ormai era troppo vecchio per volare e non aveva il coraggio di fare un salto così lungo per attraversare il fosso.
Allora lanciò un appello attraverso le lunghe antenne a tutti gli insetti del prato, sperando che rispondesse anche il grillo, cioè la grillina. Quando sentì vibrare le antenne con le risposte, le ascoltò tutte finché riconobbe il caratteristico trillo della grillina.
Allora le mandò un messaggio personale, spacciandosi per un grillo maschio che si era un po’ invaghito di lei sentendola suonare. La grillina, lusingata da quei complimenti, accettò l’amicizia e iniziò a scambiare messaggi con la cavalletta, prima parlando solo del tempo, di fiori e di insalata, poi anche di musica, perché la cavalletta sapeva solo strofinare le elitre emettendo un suono stridente e per niente armonioso, e voleva che la grillina gli insegnasse a suonare e cantare melodiosamente come lei.
La risposta che arrivò fu incoraggiante e preoccupante insieme: se voleva delle lezioni di canto non poteva dargliele da lontano, ma doveva recarsi sul prato personalmente. Ma la cavalletta non voleva farsi vedere, perché in confronto ad un grillo era un essere grande e grosso, e soprattutto vecchio. Rispose che sarebbe andato a lezione, ma solo di notte, perché di giorno doveva lavorare a falciare le verdure dell’orto.
Così, un paio di notti dopo, approfittò di una canna piegata sul fosso per passare sull’altra sponda, e con una lucciola in testa per farsi luce andò a cercare la grillina, che dormiva su una foglia di tarassaco.
Quando l’ebbe trovata, cercò di svegliarla carezzandola dolcemente con una delle lunghe zampe, ma quei movimenti delicati erano contrari alla sua rudimentale struttura e natura: la zampa gli scattò come una molla e finì per dare un gran calcio alla grillina, che precipitò a terra svegliandosi di soprassalto. Vide un grande ombra su di sé, e credendo fosse un mostro tentacolare che col suo occhio luminoso in testa stava per afferrarla e forse per mangiarla, scappò via spaventata. Chiese aiuto ad una formica amica sua, che corse al nido a chiamare tutte le altre. Un esercito di formiche si mosse rapidamente contro la cavalletta, cominciò ad addentarla da tutte le parti e poi a trascinarla verso il nido, per finirla a morsi e farne tante bistecche per l’inverno.
Allora la cavalletta, per liberarsi da quelle piccole belve fameliche, con un ultimo sforzo si trascinò sulla riva del fossato e si buttò in acqua, dove però affogò miseramente e finì in bocca alle rane.
Morale della favola: se vuoi delle lezioni di musica, accontentati dei corsi per corrispondenza…

sabato 13 novembre 2010

Il gatto e la cicogna


Tanto tempo fa una bimba vide allo zoo una tigre e chiese a Gesù Bambino di portargliene una. Ma la tigre era troppo feroce da tenere in casa e giocarci, così Lui creò un modello ridotto di tigre che chiamò gatto. Il gatto però non aveva perso l'istinto tigresco del cacciatore di prede e si appostava sempre per tendere agguati agli uccellini, e quando se ne posava uno sul prato, con un gran balzo lo afferrava e se lo mangiava.
Un giorno il gatto vide passare in cielo una cicogna, ma così da lontano gli sembrava un piccolo uccello. La seguì mentre con ampi giri si avvicinava, poi la vide scendere sul tetto di una casa vicina dove c'era un fiocco sulla porta, e calare dal comignolo un grosso involto che teneva col becco. Un altro giorno la vide di nuovo atterrare su un'altra casa che aveva esposto un fiocco sulla porta, e far scendere un altro fagotto giù dal camino.
Allora pensò di attirarla anche sulla sua casa. Memtre giocava con la bambina, le rubò un fiocco e lo attaccò alla porta. Poi si mise ad aspettare sul tetto, nascosto dietro il grosso fumaiolo, e quando vide arrivare la cicogna saltò fuori e l'afferrò per le zampe. Ma la cicogna aveva grandi ali e volò subito in alto portandosi dietro il gatto aggrappato alle lunghe zampe, finché lui, spaventato da quell'altezza, mollò la presa e ricadde pesantemente a terra, mentre la cicogna tornò a depositare il fagotto nel suo nido.
Il gatto aveva picchiato la schiena ed era tutto dolorante, e voleva vendicarsi per lo smacco subito. Allora il giorno dopo riappese il fiocco alla porta per far tornare la cicogna. Ma lei aveva capito l'inganno e stavolta arrivò senza involto, attese che il gatto le saltasse addosso, poi l'afferrò col becco, lo riportò ancora più in alto e poi lo lasciò cadere, stavolta sul duro asfalto.
Il gatto si fece ancora più male, imparò la lezione e da quella volta non infastidì più la cicogna, ma soprattutto da quel giorno salì ripetutamente sul tetto e saltò giù sul prato, finché ebbe imparato ad atterrare sempre sulle quattro zampe.
E questa tecnica seppe trasmetterla ai suoi discendenti: infatti da allora, anche se un gatto cade a zampe all'aria, atterra sempre sulle quattro zampe.

venerdì 12 novembre 2010

L'ippocampo e la medusa



C'era una volta un ippocampo che era nato del tutto simile ad un piccolo cavallino, non solo nella testa come gli altri ippocampi, e sua madre l'aveva abbandonato appena nato, vedendolo agitarsi con cinque code come un mostricciattolo. Lui era stato raccolto da una bella medusa che l'aveva allattato coi suoi lunghi filamenti, ed era cresciuto sano e forte come un bel puledrino. Con le sue quattro zampette galoppava nel mare molto più veloce degli altri ippocampi che avevano solo la coda. Però da grande si accorse che gli altri ippocampi con la loro lunga coda si attorcigliavano facilmente alla coda delle loro amiche, per corteggiarle e carezzarle a lungo, mentre lui, con suo corto codino, non riusciva ad avvicinarle ed afferrarle, e veniva trasportato via dalla corrente. E anche quando, galoppando controcorrente, ci riusciva, si accorgeva con rabbia che loro lo evitavano per la sua stranezza. Guardando gli altri ippocampi, vedeva che, dopo aver intrecciato le code, la femmina faceva tante bollicine, il maschio ci danzava attorno, poi lei le raccoglieva e le metteva in una sacca attaccata alla pancia, per tenerle al caldo.
Un giorno incontrò un ippocampina bellissima, con tanti fiocchetti in testa, le piccole pinne sventolanti come alucce d'angelo e una lunga coda attorcigliata che sembrava una chiave di violino. Lei non scappò intimorita dal suo aspetto, ma si dimostrò curiosa e disposta a farsi corteggiare. L'ippocampo, non potendo allacciarla con la coda, la afferrò stretta con le quattro zampette, ma forse strinse troppo e lei si divincolò, spaventata da quello strano abbraccio, e scappò via.
L'ippocampo, così respinto e amareggiato per la sua diversità, andò a chiedere consiglio alla medusa che gli aveva fatto da balia. Lei gli disse che se voleva far l'amore doveva diventare come gli altri ippocampi, trasformando due zampette in due pinne e attaccando le altre due alla codina per farla diventare più lunga.
Per far questo doveva spalmare per sette giorni e sette notti le sue zampette con il liquido urticante che lei aveva dentro i filamenti. L'ippocampo seguì le istruzioni e dopo una settimana divenne uguale agli altri ippocampi, e tutto contento tornò a cercare la sua ippocampina.
Lei vedendolo così trasformato accettò subito di intrecciare la lunga coda alla sua, e alla fine fece una gran nuvola di bollicine per farsele fecondare. L'ippocampo, inesperto delle manovre d'amore, credeva che quello fosse un gioco e invece di seminarle e restituirle alla sposa, cominciò a giocare con tutte quelle palline, colpendole di testa e calciandole con la coda per farle entrare in bocca ai pesci, ben contenti di partecipare a quel gioco e riempirsi la pancia.
Allora l'ippocampina, arrabbiatissima, abbandonò per sempre le sue uova e il loro incosciente padre, andandosi a cercare un altro sposo meno snaturato.
L'ippocampo raccolse tutte le palline, le mise nella sua sacca e tornò dalla medusa a chiedere ancora consiglio. Lei lo sgridò, gli spiegò che quelle erano delle uova da covare e che aveva gravemente offeso e deluso la sua compagna prendendole a calci.
Ma ormai il pasticcio era irrimediabile e non gli restava che finire di covare quelle uova. L'ippocampo capì quello che aveva combinato, e da quel momento curò le sue uova con grande istinto paterno finché tutti gli ippocampini nacquero e uscirono dalla sua sacca. Questo comportamento fu notato da tutte le ippocampe che passavano di lì, le quali si consultarono e convennero che sarebbe stato comodo, e anche giusto, convincere d'ora innanzi tutti i maschi a collaborare alle gestazioni, aiutando le femmine a covare i piccoli fino alla nascita. Così fu deciso e tutti gli ippocampi dovettero accettare, e da allora infatti la custodia delle uova nelle sacche, come una specie di gravidanza, fu affidata per sempre agli ippocampi maschi.

giovedì 11 novembre 2010

Erato e il cigno


Erato era una giovane musa che ogni giorno si recava in riva ad un laghetto, vestita con un peplo trasparente e una corona di rose tra capelli. Sedeva sulla sponda suonando la sua lira e cantando melodiose arie, e tutti pesci accorrevano ad ascoltarla. Un giorno molto afoso che era molto accaldata e voleva rinfrescarsi, deposte le vesti, entrò in acqua e seduta sul fondo iniziò a bagnarsi il bel corpo e i capelli disciolti. Ma non si accorse che la corona di fiori, caduta in acqua, si stava allontanando al largo.
Un cigno che l'aveva ascoltata ed ammirata tutti i giorni, senza il coraggio di avvicinarla, quella volta era venuto a nuotarle vicino, affascinato dalla bellezza delle sue forme. Vide la corona galleggiare e approfittò dell'occasione per raccoglierla e riportarla alla bella bagnante. Erato ringraziò il cigno accarezzandogli il lungo collo, e il cigno sentì un forte turbamento che percorreva tutte le sue bianche piume.
Poi la musa risalì sulla riva, si distese per asciugarsi al sole e si addormentò.
Il cigno uscì dall'acqua, si avvicinò ad Erato dormiente e cominciò a carezzarle il corpo col suo lungo collo, poi cercò di beccarla delicatamente nelle pieghe più nascoste, ma temeva che lei si svegliasse. Allora cercò di suonare la lira per conciliarle meglio il sonno, ma beccando le corde queste si ruppero con uno schiocco stridente ed Erato si svegliò all'improvviso. Vide la sua lira rotta e, piena di collera, inseguì il cigno che cercava di fuggire strepitando per tornare in acqua o alzarsi in volo.
Prima che lui riuscisse a spalancare le sue grandi ali, lo afferrò per il collo, poi prese una delle corde della lira e lo strozzò. E il povero cigno, che di solito sapeva fare soltanto uno sgraziato verso stridulo e molesto, con un ultima esalazione emise un lungo canto d'amore.

mercoledì 10 novembre 2010

La cometa e il meteorite


C'era una volta una bella cometa che attraversava la volta del cielo nelle notti d'Agosto. La sua chioma illuminava le stelle con un arco luminoso, mentre la sua lunga coda sfolgorante tracciava ghirigori e disegnava note nel buio.
Un freddo e duro meteorite, che stava precipitando da tempo attraverso lo spazio, la vide passare e cambiò rotta per affiancarla e chiederle se poteva sfiorarla da vicino, così sperava di accendere il suo duro cuore di pietra ed infiammare anche lui il cielo con una scia luminosa.
La cometa accondiscese a quel contatto e il meteorite si arroventò come una palla di fuoco, ma poi, invece di lasciare dietro di sè una bella coda bianca, fece più fumo che fiamme e, non conoscendo le note, cominciò a sporcare il cielo con brutti scarabocchi e a scrivere parolacce sulla faccia della luna.
Allora la cometa scappò correndo in fondo all'orizzonte. Il meteorite la inseguì, ma lei aumentò così tanto la velocità, che il meteorite finì di bruciarsi del tutto per l'attrito. Restò solo un frammento rozzo e scuro, che cadde sulla terra scavando una buca profonda, da dove non si riuscivano neppure a vedere le stelle.

martedì 9 novembre 2010

La fata e lo spaventapasseri



C'era una volta uno spaventapasseri in un campo di verdure. Non gli importava molto di essere vecchio e stracciato, ma non sopportava più di essere piantato in terra senza potersi muovere, come vedeva fare ai contadini e ai suoi animali. Ogni tanto, quando il campo era deserto, vedeva arrivare una fata, col suo alone di luce attorno alla bionda chioma e un alito di vento sulle vesti leggere, che con la bacchetta magica veniva a toccare i cavoli per trasformarli in bambini. Quando c'era lei, le canne suonavano come flauti, i rami come arpe, le zucche e le zucchine come viole e violini, e una soave musica si diffondeva nell'aria.
Un giorno passò un vampiro volando sopra quel campo, vide la fata e, attratto dalla sua candida pelle, cercò di morderla sul collo. Ma la fata aveva la bacchetta magica che la proteggeva come una cappa di vetro. Allora il vampiro volò in alto, poi piombò in picchiata sulla fata e riuscì a strapparle la bacchetta. La fata, sentendosi indifesa, corse a ripararsi dietro lo spaventapasseri. Il vampiro avrebbe voluto morderla ma, anche se non era un passero, si spaventò molto davanti allo spaventapasseri, e lasciò cadere la bacchetta che aveva nel becco.
La fata raccolse la sua bacchetta e trasformò subito il vampiro in un piccolo pipistrello, che, impaurito dal sole, volò via per rifugiarsi in una buia grotta.
Allora lo spaventapasseri chiese alla fata se, per premio, poteva trasformarlo in un giovane contadino, così avrebbe potuto piantare più cavoli per fare bambini, e curare zucche, zucchini, canne e ramoscelli per fare musica al suo arrivo.
La fata esaudì quel desiderio e lo spaventapasseri divenne un bel giovanotto. Però, invece di curare il campo, si mise a corteggiare la fata con parole così ardite che alla fine lei, offesa ed indignata, con un colpo di bacchetta magica trasformò il giovane in un maialino, che si allontanò grugnando e grufolando nell'orto. E poichè per consolarsi si mangiò tutte le verdure, quando arrivò il contadino si beccò pure delle frustate sul groppone.

domenica 7 novembre 2010

Il rospo e la cicala



Su un lungo stelo del canneto pescante nello stagno, la cicala lustrava le sue ali, sulle quali si riflettevano gli iridescenti arabeschi del sole, mentre il frinire del suo canto accompagnava le lievi folate del vento che pettinava l'erba sulla riva.
Il rospo sollevò i suoi occhi globosi dal pelo dell'acqua per spiare la cicala. Voleva spiccare un salto per mangiarla ma restò ammaliato dal suo canto, e cominciò a gracidare all'unisono, pensando di dar vita ad un piacevole duetto canoro con la cicala. Ma il suo gracidio era stridente e sgradevole, e la cicala volò via infastidita. Allora il rospo nuotò fino alla sponda dove aveva visto un bel grillo e con un balzo lo ingoiò. Il grillo continuò a trillare anche in gola al rospo, che attese il ritorno della cicala, poi aprì la bocca e cominciò ad accompagnare il frinire col canto del suo grillo.
La cicala si avvicinò per ascoltare la voce del rospo diventata così armoniosa. Il rospo spalancò la bocca per mangiarla e il grillo scappò via. Al rospo sfuggì un orrendo gracidio e la cicala volò via sdegnata.
Il rospo si rituffò nello stagno e da quel giorno lasciò in pace la cicala.

venerdì 5 novembre 2010

La merla e il corvo


C'era una merla che girava ogni mattino di ramo in ramo, modulando e solfeggiando melodiosi gorgheggi e soavi trilli. Un vecchio corvo nero, affascinato dalla sua grazia e dal suo canto, la seguiva ogni giorno cercando di imitarla, ma in realtà il suo "KRA-KRA" era fastidioso e irritante.
La merla cercò gentilmente di educare il corvo ad emettere suoni meno sgraziati, imitando il suo verso in maniera più armoniosa e invitandolo a ripeterlo. Il corvo a volte assecondava la merla e addolciva il suo verso, ma spesso, per dispetto o per scherzo, emetteva dei suoni molto simili alle parolacce degli umani. La merla li ripeteva per correggerlo, ma se capitava nei pressi il merlo maschio, sentendo quei versacci la sgridava aspramente, e se la sentivano le amiche merle, la evitavano giudicandola un'uccellaccia poco seria.
La merla disse al corvo che se non avesse smesso di fare l'impertinente con quei versi volgari l'avrebbe allontanato per sempre. Il corvo ubbidì e per un pò si comportò bene e aveva perfino imparato a imitare qualche canto melodioso della merla, ma un giorno, istigato da altri corvi in vena di fare una chiassata col loro gracchiare, si mise a fare uno schiamazzo di Kra-Kra sguaiati e fracassoni proprio sopra il nido della merla, che oltretutto i suoi amici corvi lordarono pure, prendendolo di mira con una gara di cacche.
La merla, infuriata e offesa, volò addosso al vecchio corvo e lo beccò ripetutamente in testa, spennandolo completamente.
Il corvo, scornato e ridicolizzato di fronte agli altri corvi, se ne volò via lontano con un cicalecchio lamentoso e da quel giorno non si azzardò più ad avvicinare la merla...

giovedì 4 novembre 2010

Ricordi lacustri




....Il lago luccica come una colata di mercurio, sfaccettato in mille specchi riflettenti le ville ed i giardini rovesciati nell'acqua come figure di carte francesi. I pesci frugano lenti sotto le chiglie delle barche appisolate all'ombra dei salici.
Le rive tuffano esche pietrose tra piccole onde infestate di sole e becchi di gabbiani, e un lento fluttare ravvia le chiome di languide alghe aggrappate ai pontili....

martedì 2 novembre 2010

Mea culpa

E' un'ode di un anonimo del '500, o forse di un contemporaneo un pò farneticante e dissennato...chissà, ma me lo scrivo per promemoria, dovesse mai servirmi....

Mi preme chieder venia se t’offese
il crudo tosco ov’attinse il mio stilo
nel commentar le celie che scambiavi
con lievi accenti tra amici sempre adusi
a misurar l’affondo dei lor detti.
Mi dolse deglutir l’aspra rampogna
e vederti adombrata per il dardo
incautamente tratto, come un sasso
gettato in mezzo a pavide colombe,
o lo strale che infrange le vetrate
mentre s’eleva in chiesa austero coro.
Forse ti parve un affilato brando
la mia giocosa spada di cartone
e ti ferì l’accento aihmè scurrile
di motti e di facezie indirizzate
come rozzo villano a gentildonna,
quasi a sfregiar li muri con graffiti
fosse talvolta la mia mano indotta
e non a colorar squisite tele.
E’ d’uopo porre un freno a tale eccesso
e porre un “accio” al fine del mio nome
in luogo del gentil diminutivo
che omaggi più garbati han meritato
in altre più lodevoli occasioni.
Se dunque per un verso piovve il fiele
dall’altro per compenso sparsi incenso
e forse equa sentenza mi parrebbe
l’esilio per più giorni in altro sito
piuttosto che l’estremo tuo castigo.
Ma se peggiore pena mi toccasse
per sempre col silenzio messo al bando,
poco varrebbe venir come a Canossa
e il miele delle scuse offrire in dono:
se il nappo è tale e debbo berne il succo
di soave licor urgerne gli orli
poco mi giova, e nottole ad Atene
e vasi a Samo il vano mio adornar
di fiori e di romanze il tuo balcone.
Ho intriso di vernice il tuo ritratto
e il dolce pianoforte ho soffocato
con le scomposte trombe del mio strillo:
giusta condanna parmi tracollare
dell’Ade eterno all’ultimo girone.

domenica 31 ottobre 2010

La danza delle vertigini


Un effetto secondario, ma assai fastidioso e invalidante, credo delle mie passate immersioni, è una labirintite che mi provoca crisi vertiginose. Mi capita di rado, ma quando arriva è come essere su una barca con il mare a forza nove........
Se ne possono scandire i tempi come in una sinfonia....

PRELUDIO e RONDO’:
Quando salgo sull’otto volante
e la stanza comincia a girare
è una danza di oggetti d’attorno.
Come un volo acrobatico inizia
e la terra mi ruota nel casco.

ANDANTE CON MOTO:
Un vulcano da tempo silente
d’improvviso tornato a tremare,
e disegnano picchi e montagne
i pennini del mio terremoto.
Due girandole al posto degli occhi,
sulle retine lampi guizzanti
e le palpebre a forza serrate.

CRESCENDO:
Fischia un vortice di vento
nei profondi labirinti
mentre tremula tintinna
la spirale delle chiocciole.
Cade l’asta del funambolo,
ed ondeggia e poi s’abbatte
fino a terra il mio traliccio
.
TOCCATA e FUGA :
Dal groviglio di viscere
retromarcia del cibo,
la bocca come un geyser
con ignote frequenze
erutta lava a fiotti
negli alvei di ceramica.

ADAGIO e FINALE :
Poi i nembi si diradano,
si smorzano gli sciami
del tremito tellurico,
rallenta la centrifuga,
la trottola s’arresta
e scendo finalmente
dal mio disco volante.

sabato 30 ottobre 2010

South Sentinel



Finendo di sfogliare l'album delle mie movimentate escursioni marine, ecco il ricordo di un'altra brutta avventura vissuta attorno alla piccola e sperduta isola di South Sentinel, nell'arcipelago delle Andamane.
Partendo dalla nave "Tarmugli", ancorata di fronte a quella splendida e deserta isoletta, uscivamo in barca per delle battute di pesca subacquea. O meglio, gli altri cacciavano e io facevo foto, portandomi appresso il mio Katiuscia più che altro per difesa che per velleità venatorie.
Come mi era già capitato nel Mar Rosso, anche stavolta, saltato dalla barca per ultimo e subito distratto dalla bellezza dei fondali, fui trascinato dalla corrente, che si divideva sulla punta spartiacque dell'isola in direzioni opposte, verso la parte a sud, mentre la barca e gli altri si erano allontanati verso nord.
Dopo dieci minuti di faticoso pinneggiare, durante i quali non avevo progredito di un metro, mi resi conto che era inutile sfiancarsi e aspettai che venissero a riprendermi.
Dopo un'altra mezz'ora di deriva, finito ancora più a sud, decisi di buttarmi verso terra. Il mare era cresciuto e delle ondate enormi si infrangevano su un ininterrotto fondale di scogli corallini. D'altra parte non c'erano alternative, o buttarsi in quella bolgia rischiando di finire in briciole, oppure diventare un relitto qualsiasi nella vastità dell'oceano.
Passai dei lunghi minuti di indecisione prima di decidermi a saltare dal trampolino di una di quelle ondate. Aspettai una serie di onde più piccole e alla fine mi gettai in quel gorgoglio, in un ribollire bianco di spuma, senza vedere più nulla. Sentii strisciare braccia e gambe su una serie di rocce, abbastanza levigate per non lasciare il segno e infine, con un ultimo balzo, andai dritto ad inzuccarmi nella prima striscia di sabbia, saggiando nello stesso tempo la durezza ma anche la confortante concretezza della terra.
Ero esausto. Mi liberai dell'attrezzatura e mi misi all'ombra, anche se per farmi notare meglio avrei dovuto restare al sole. Mi resi conto che non mi restava che attendere, perché attraversare la foresta a piedi nudi era impensabile, seguire la costa rocciosa impossibile e tornare via mare inconcepibile.
Passarono circa tre ore, durante le quali, spossato com'ero, cercai di non addormentarmi, perché le centinaia di grossi granchi che vedevo zigzagare sulla sabbia avrebbero fatto, temevo, un lauto banchetto con i miei ottanta chili di carne fresca.
Finalmente vidi la barca spuntare dal promontorio e farmi dei segnali. Poiché non poteva avvicinarsi, non mi restava che ributtarmi in quella bolgia. Decisi di abbandonare sulla spiaggia fucile, pallone e cintura dei piombi ( ma non la mia Nikonos) per essere più agile e leggero. Poi al momento giusto, calzate le pinne, mi ributtai in acqua, superai rapidamente il tratto critico e raggiunsi la barca. C'erano solo i due marinai indiani, perché il gruppo era già rientrato sulla nave e solo allora si erano accorti della mia mancanza.
Mangiai gli avanzi, poi nel pomeriggio, quando gli altri decisero di tornare a pescare, mi feci lasciare sulla spiaggia, perché volevo tentare di andare a recuperare il mio fucile nuovo e il resto. Idea più balzana non mi poteva venire. In pratica si trattava di tagliare il promontorio, coprendo il tratto di boscaglia da una spiaggia all'altra.
Avevo calzato i miei stivaletti di gomma e iniziai la traversata. L'intrico divenne subito fitto e il percorso più lungo del previsto. Saranno stati i discorsi sui pitoni del capitano, o l'oscurità che aumentava, o i ragni in faccia, o le mille contorte radici sul terreno, o gli improvvisi starnazzamenti di grossi uccelli, o i mille fruscii dei grossi granchi che strisciavano tra le foglie, fatto sta che il timore iniziale stava pian piano diventando quasi paura.
Decisi di buttarmi verso il rombo che sentivo del mare, e fortunatamente quando arrivai mi resi conto che ero proprio sulla spiaggetta della mia meta. Raccolsi la mia roba e iniziai il percorso inverso, stavolta più spedito, seguendo la traccia dei miei rami tranciati.
Ad un certo punto, proprio in mezzo al sentiero, c'era un granchio enorme con le chele spalancate, uno di quelli che si arrampicano sulle palme per staccare i cocchi. Non c'era modo di aggirarlo e dovetti calargli con forza il macete sul carapace. Ma la lama si era sfilata e non la mollava, finché riuscii a recuperarla con un bastone e finire l'animale con altri colpi. Lo infilzai e me lo portai appresso come un trofeo, ma all'arrivo gli indiani non lo vollero in barca e dovetti buttarlo via.
Dopo una giornata così riposante, non c'è da stupirsi se, dopo cinque minuti dalla fine della cena, ero già sprofondato in letargo nella mia cuccetta...

venerdì 29 ottobre 2010

Il fisico che fu...



A proposito della "vita di corsa" del post precedente, come corollario allego le foto di qualcuna delle mie sgambettate più significative, un paio che si riferiscono alle uniche gare non amatoriali, ma competitive a cui ho partecipato, il campionato nazionale master di marcia, e una, quella di Foglizzo, che mi ricorda invece la performance più pazza ed estrema che ho portato a termine, quattro maratone in quattro giorni, totale 168 km., concluse ognuna con serate di baldoria e sbronze.....

mercoledì 27 ottobre 2010

Una vita di corsa


Ho speso mille giorni
e più di mille miglia
seguendo il desiderio
di respirare a fondo
le brezze e le folate,
le nebbie ed i profumi
di monti e di vallate,
sequenza di falcate
su strade e su sentieri
di mille campi e case,
composto marciatore,
compasso delle gambe,
bloccando anche il ginocchio,
tallone e poi la punta,
bacino altalenante,
stantuffo delle braccia,
oppure sempre in corsa
col ritmo del respiro,
le gocce di sudore
colate nella pioggia,
bruciate insieme al sole,
e i tacchi consumati
su asfalti e su brughiere,
in terre anche lontane,
stancanti maratone,
migliaia di partenti
in gara con se stessi,
un occhio alle lancette
per vincere al traguardo
del tempo personale.
E infine solo un sorso
di bibita al ristoro,
oppure una medaglia,
un nastro o un attestato
da aggiungere ai ricordi
del mio perenne andare
sui duri saliscendi
e i prati della vita.

martedì 26 ottobre 2010

Una giornata al mare...


Tornando alle mie avventure da subacqueo, devo dire che altre due volte ho rischiato di finire i miei giorni disperso in mare. Oggi voglio ricordare quel giorno alle Dalhak, un arcipelago del Mar Rosso difronte all'Eritrea.
Il viaggio era iniziato già abbastanza inquietante scendendo da Asmara, posta su un altopiano, per arrivare a Massaua, sul mare. Poiché andare via terra era proibitivo per le bande di predoni, il nostro gruppo scelse quello che eufemisticamente si può chiamare aerotaxi, in realtà un catorcio di bimotore che andava solo perché eravamo in discesa, ma che ho il sospetto venisse poi rottamato all'arrivo, come altri suoi simili, senza mai tornare indietro... Ricordo che il pilota, rigorosamente a piedi scalzi, aveva dovuto scacciare a calci una gallina che, sfuggita dalle varie gabbiette poste elegantemente sopra le nostre teste, era finita starnazzando in mezzo alla pedaliera.
A Massaua ci informarono che il nostro "Hotel" era stato temporaneamente chiuso per un'infezione colerica, così alloggiammo in una stamberga ancor più fatiscente dell'aereo, con la "hall" piena di capre e un beduino che alla "reception" consegnava, oltre le chiavi, una specie di carta moschicida da appendere al muro, un candeliere smoccolato e una brocca d'acqua. La stanza sembrava la cella del Conte di Montecristo e le lenzuola sulla branda ospitavano cortei di formiche, probabilmente in caccia di altri inquilini meno visibili all'occhio.
Dopo una nottata passata su una sedia, andai a lavarmi la faccia in mare, evitando anche prudentemente di far la colazione inclusa nel "bed & brekfast", consistente in una tazza di latte spillato fresco direttamente dalle capre.
Più tardi, insieme agli altri, ci imbarcammo su una delle barche a motore usate dai locali per la pesca e per portare i turisti alle Dahlac. Queste isole sono 360, quindi c'è l'imbarazzo della scelta. Non so ora, ma allora erano tutte disabitate, e la maggior parte poco più grandi di uno scoglio, aride e brulle. Ma sotto la superficie, il mare è di una ricchezza di forme e di colori incredibile.
Mentre gli altri cacciavano, io ho cominciato a far foto, e, come al solito, un pò per indisciplina e un pò perché distratto ed attardato dalle soste per cercare le inquadrature migliori, lentamente mi sono allontanato dal gruppo, trasportato dalla corrente. Mi sono prima accanito ad inseguire una tartaruga, poi una grossa cernia maculata, e quando ho rialzato la testa dall'acqua non ho più visto nessuno, neppure la barca d'appoggio. Prima che la corrente mi trascinasse ancora più lontano, mi sono arrampicato su uno scoglio affiorante e poi sulla lingua di sabbia retrostante, probabilmente una delle 360 isole. Era poco più grande di quelle che si vedono sulle barzellette dei naufraghi, ma senza la palma, solo sabbia, scogli e grossi granchi con i loro occhietti peduncolati che mi scrutavano curiosi.
Vista la situazione conclusi che avevo scarse probabilità di ripetere l'avventura pluriennale di Robinson Crusoe, tenuto conto che avevo già una gran sete e fame, e di soccorrevoli Venerdì nei paraggi non se ne vedevano.
Tolta la muta, mi sono arrostito al sole per cinque ore sperando che mi ritrovassero.
Finalmente, quando già il sole era al tramonto e mi preparavo ad un'altra notte agitata, con la variante dei granchi al posto delle cimici, vidi una barca all'orizzonte. Saltato in piedi, cominciai a roteare sopra la testa il pallone rosso da sub sperando che mi vedessero, e mi sentii rinascere quando vidi la barca puntare diritta nella mia direzione.
Inutile dire che, una volta imbarcato, dovetti subirmi a lungo le imprecazioni incomprensibili dei barcaioli, più quelle dei miei compagni nelle varie lingue e dialetti italici...

domenica 24 ottobre 2010

Temporale a Milano



Eccomi sulla torre del parco,
come in cima a un minareto:
sotto un cielo minaccioso
di lampi all'orizzonte
s'inginocchia la città,
con le case lambite a terra
da mille ruote frettolose
e accarezzate sui tetti
da lunghe setole di sole
che forano le nubi scure.
Gli alberi del parco
come un muschio uniforme
ai piedi del fungo ferreo,
e i viali occhieggiano
sotto le foglie tremule,
ricamando i prati
come auguri di zucchero.
Sul tappeto di foglie
l'autunno semina castagne
lucenti come coleotteri.
Oltre i tetti delle case
fioriti di antenne
il duomo innalza pinnacoli
come un ciuffo d'erba spinosa.
Rivedo le sue guglie
e dentro un caleidoscopio
di vetrate a colori
sotto le volte di trina,
nella foresta pietrificata
delle grandi colonne,
e un brillare di lumi
come un campo di grano
nelle notti d'Agosto,
come un mare al tramonto
vestito di lampare.
Ora il cielo è travolto
da una lava nera di nubi
e guizzano lingue di fuoco
a colpire le antenne
dei lontani grattacieli.
E da questo balcone d'Olimpo
scaglio anch'io come Giove
i miei lampi di foto
come fulmini accesi
sulla mia capitale.

(pieffe)

sabato 23 ottobre 2010

Notte tempestosa


Ho già raccontato, nei giorni scorsi, di una lunga notte passata senza sapere se ci sarebbe stato un domani. Ora l'amico che mi ha chiesto su Facebook notizie di un mio lontano viaggio alle isole Hanish, mi dà lo spunto, rivivendo quella brutta avventura, di descrivere più in dettaglio un'altra angosciante notte vissuta durante quella navigazione.
La nave, un vecchio cargo etiopico col leggiadro nome "Donatella" a stento leggibile sulla sua scrostata fiancata, aveva trasportato scomodamente ma senza grossi problemi me e gli altri componenti la spedizione fino a quelle sperdute e deserte isolette tra Eritrea e Yemen, dove passammo tre indimenticabili giorni a fare immersioni in quello stupendo mare. Ma poi la prima sera del ritorno, con il mare in burrasca, d'improvviso il motore si piantò e la grossa nave cominciò a scarrocciare al traverso, con le onde che si schiantavano a dritta rovesciandosi sul ponte, spazzando via anche i bagagli che non avevano trovato spazio nelle anguste cabine, e anche le grosse prede che molti avevano lasciato a disposizione dell'equipaggio.
La situazione si mostrò subito molto preoccupante: la nave rischiava di affondare, e nella migliore delle ipotesi di incagliarsi e spaccarsi su uno dei numerosi banchi corallini affioranti di cui è disseminato il Mar Rosso.
Il comandante decise di lanciare l'SOS, ma da Massaua risposero che non c'era nessuno che poteva intervenire, distanti tre giorni di navigazione e con quel mare, e quindi che dovevamo arrangiarci da soli. Allora tutti gli uomini dell'equipaggio iniziarono in sala macchine una estenuante lotta, lavorando sul motore tutta la notte, prima che il mare avesse il sopravvento. Per cercare di raddrizzare un pò lo scafo e tenere la rotta più al vento, altri uomini avevano legato dei grossi teloni sulla prua a mò di spinnaker, ed era buffo vedere una pesante nave d'acciaio con una ridicola vela gonfiata sulla prua....
Soffrivamo tutti il mal di mare, ma mentre gli altri erano rimasti sottocoperta, io mi ero disteso sul ponte superiore, e aspettandomi di finire in mare da un momento all'altro, mi ero quasi freddamente preparato a questo finale, indossando la mia muta subacquea, per restare a galla più a lungo possibile, e legandomi una borraccia alla cintura per dissetarmi. Serrai anche il pugnale alla gamba, non tanto per improbabili lotte coi pescecani, ma per staccare qualche patella o infilzare qualche granchio nel caso fortuito che, andando alla deriva, fossi finito su qualche scoglio.
Ma in realtà ero convinto che fossero le mie ultime ore, e pensavo, fissando quel cielo nero ma pieno di stelle, quale beffardo destino mi aveva portato a crepare in quello sperduto mare, senza neanche arrivare a conoscere mio figlio che sarebbe nato di lì a poco....
Era già quasi l'alba, quando d'improvviso sentimmo un paio di singhiozzi tremolanti del motore, poi un battito incerto ma costante, accompagnato dalle urla di esultanza di tutto l'equipaggio, che era riuscito ad isolare il pistone grippato, facendo ripartire il motore che ora pulsava regolare, anche se con tre anziché quattro pistoni.
Così la nave riprese la sua rotta, e lentamente ma regolarmente arrivammo alla fine del nostro avventuroso viaggio. All'arrivo, sul molo di Massaua, c'era l'armatore ad aspettarci, quello che aveva risposto picche alla nostra richiesta di aiuto: appena arrivò a tiro, lo bersagliammo dal ponte con una nutrita scarica di pomodori e pesci marci...

giovedì 21 ottobre 2010

To be or not to be


Quando mi capita di seguire in TV dei films o telefilms americani, o ascoltare dei testi di canzoni in inglese, mi prende lo sconforto, perché capisco solo un quarto di quello che dicono, nonostante i miei anni di corso di questa lingua e la lungua pratica operativa in un'azienda americana dove parlare l'inglese era un requisito indispensabile.
Mi rendo cioè conto di quanto sia diverso capirlo e parlarlo a livello commerciale e lavorativo dalla comprensione della veloce parlata comune, magari con le inflessioni dialettiche dello "slung".
In queste occasioni mi torna in mente la situazione d'incubo del mio primo impatto con questa lingua, quando, studentello del liceo, andai ospite di una famiglia inglese nei sobborghi di Londra. In teoria avrebbe dovuto esserci, a superare gli impacci e favorire la comprensione linguistica, la figlia mia coetanea di quella coppia. Ma Joan, così si chiamava, in quei giorni era ancora in collegio,e io mi ritrovai, all'arrivo, seduto in salotto davanti a due austeri genitori che aspettavano da me una fluente dissertazione nella loro lingua, per presentarmi e illustrare il mio paese e la mia vita. Conoscendo a stento la prima declinazione del verbo essere e bloccata dall'emozione anche la reminiscenza di quelle quattro parole imparate ascoltando Elvis o Frank, il mio mutismo divenne a tal punto imbarazzante che la padrona di casa venne a mettermi in mano un dizionarietto d'inglese.
A quel punto mi paralizzai del tutto e le uniche due parole che riuscii a partorire furono "Good night", quindi mi alzai e me ne andai a letto.
Fortunatamente dopo tre giorni arrivò Joan e la familiarizzazione con la lingua, non solo con quella dell'idioma, progredì in maniera esponenziale....

domenica 17 ottobre 2010

Passata la nuttata...

Visto che ho introdotto l'argomento malanni, concludo la vicenda con dei versi scritti successivamente all'intervento, in verità un pò arcaici come stile, forse per l'influsso degli studi classici, o solo per l'effetto dopante dei medicinali e di qualche premurosa infermiera.....

Sospinse un giorno i raggi suoi nel buio
del tetro stagno la lontana stella
dove caduto il mio vetusto tronco
giaceva inerte e privi ormai di linfa
erano i rami e senza luce spenti.
Destato dalla scossa e dal chiarore,
espulsa l’acqua dalle fibre intrise,
sospinto dalla forza dei fermenti,
di nuovo emerso e a quel tepore esposto,
ridiede vita ai vecchi suoi germogli
e a nuove foglie nel vento trepidanti.
Poi il sole scelse un emisfero opposto
e andò a scaldare rigidi orizzonti:
fu breve la stagione e la sua luce
rara si fece e il cielo una matassa
di nubi scure e gelide tempeste.
Venne l’autunno ad arrossir le foglie
del vecchio tronco e poi gelò l’inverno
di quei virgulti ogni rinato ardore.
Ma in fondo quel calore non fu perso
e la memoria di quel sole estivo:
la dura scorza in cuore inteneriva
anche se i giorni furono di neve.
S’aggiunse un nuovo anello al legno antico
mentre dormendo serbava vivi umori
e il sogno di una nuova primavera,
un sole nuovo che ti riscalda il cuore
e un raggio che trafigge il tuo guanciale.

sabato 16 ottobre 2010

Funghi e piselli


Prendo spunto da un articolo di oggi su Repubblica:

" Operato, ma il tumore al polmone
era una piantina di piselli in crescita "


per tornare al mio ultimo post " Vigilia", e notare una curiosa e divertente similitudine con quanto accadde a me in quell'occasione. Anche nel mio caso era stato diagnosticato un tumore, non al polmone ma al cervello ( e quindi con prospettive ancora più infauste), ma quando il "mellone" è stato aperto hanno trovato una colonia di miceti, come fosse un ceppo di chiodini, sviluppatasi probabilmente per qualche spora passata per via ematica fino al livello cerebrale. Colpa delle mie frequentazioni micologiche nei boschi settembrini? Non lo sapremo mai, però da quella volta, per prudenza, i funghi vado avanti a studiarli solo sui libri.....

giovedì 14 ottobre 2010

Vigilia


Giorni fa ho visto in TV il film "1 su 2", con Fabio Volo che aspetta l'esito di una biopsia, per conoscere se deve operarsi per un tumore cerebrale o no.
Guardandolo, ho rivissuto una simile angosciosa esperienza di qualche anno fa, anzi peggiore perché io ero un passo avanti, cioè alla vigilia dell'intervento per scoprire che cavolo avevo nella testa che mi aveva mandato in corto circuito tutto l'impianto elettrico.
Ho scritto fino a tardi quella notte quello che probabilmente era il mio saluto alla vita, e tra le altre cose ci sono questi versi, non certo allegri, ma ne avevo ben donde.... (Poi, per fortuna, la mela non era bacata...)

Non vedo chiare lettere:
un verde di promosso
un rosso di bocciato
su questa oscura pagina.
Sotto l’ambigua maschera
di tecniche parole
dalle greche radici
e gli sguardi sfuggenti
dei camici sapienti
cerco la mia risposta
di fronte al cieco bivio,
e un chiaro segnalibro
ancora tra le pagine
del mio domani incerto.
Ma la sentenza è scritta
nel plico sigillato
di pieghe cerebrali
e una notte d’attesa
divide la mia ansia
dal taglio dell’anguria.
Un ponte di nebbia
verso una sponda ignota
queste ore nel buio
prima del lungo sonno
e l’affondo del bisturi.
S’affollano i pensieri
senza una via d’uscita:
forse domani il varco
aperto troveranno
per volare più in alto,
insieme alla zanzara
a cui regalo un primo
notturno contributo
prima che arrivi l’alba
a suggermi le vene.

mercoledì 13 ottobre 2010

Qui pro quo

Questo pezzo di romanesco verace è troppo divertente e me lo sono copiato pari pari :

Carissimo,
t’ho visto ieri ner mentre che scennevi er cane pe’ pisciallo..triste triste.
Capisco che c’hai er patè d’animo pe’ la guera, de fronte a ‘ste cose restamo tutti putrefatti,
ma nun vorei che sodomizzassi er tutto;capita anche a me de sentì come ‘n dolore ‘n mezzo allo sterco, come che avessi fatto troppo bidi bolding, quanno sento parlà l’ambientalisti islamici, e m’arrivano certe zampate de caldo…come sotto li raggi ultraviolenti.
Spesso ci si deve da fermarsi e darsi una rifucilata, come Tomba dopo che vinceva ‘no Slavo Gigante, e siccome che anche l’ottico vole la sua parte ( a proposito, ho saputo che da vicino ce vedi bene ma da lontano sei lesbica) diciamo chiaramente che rispetto a ‘sti arabi semo agli antilopi, perché so’ solo degli animali allo stato ebraico..
Ora spezziamo un’arancia in favore della pace, è inutile piangere sul latte macchiato, dobbiamo anzi unì l’utero al dilettevole, evitando però de dacce la zuppa su li piedi!!
Tu hai studiato molto, ma io sai.. so n’auto de latta, ho iniziato affliggendo i manifesti, quanno c’era peluria d’operai..ma ora vivo bene, anche se nun c’ho le piume de stronzo pe’ famme aria..
Da vecchio non voglio più essere de sgombro a questo mondo, e quanno che me moro me faccio cromare.
Pace e pene

lunedì 11 ottobre 2010

Pensieri


Un altro ieri
e i miei pensieri
come le foglie d'autunno
a lambire quei tuoi sassi
di parole ormai indurite
e seguire poi gli scivoli
senza ritorno
di rapide correnti
di ignote cascate,
fino a fondersi nel mare
dove torna tra le onde
il ricordo del tuo si,
con la luce del tuo corpo
e una fata tra i capelli
colorando le parole
di promesse musicali
tramontate dopo un'ora
su quel cielo all'orizzonte.

domenica 10 ottobre 2010

Pane al pane


Dopo parecchio tempo, ho ripreso la bici dalla cantina e ho fatto un lungo giro. Ma la lunga astensione mi ha procurato quella che i ciclisti professionisti chiamano una irritazione al "soprasella". Sono andato in farmacia per cercare un rimedio ma mi sembrava buffo chiedere qualcosa per il "soprasella". D'altra parte mi scocciava e mi sembrava comunque inelegante dire alla giovane farmacista che mi bruciava il culo, quindi le chiesi timidamente una pomata "per il deretano".
Lei mi propose una crema che mi avrebbe tolto il prurito, al chè specificai che si trattava di un bruciore piuttosto che un prurito e lei mi suggerì una pomata emorroidale. Precisai che non avevo emorroidi e allora mi propose una confezione su cui lessi " crema rettale, tubo con cannula" . A questo punto, per non protrarre l'equivoco, mi vidi costretto a specificare dove esattamente sentivo bruciore, ma per non dire papale papale "culo" (4 lettere) scelsi un giro di parole più tortuoso, più o meno: "all'esterno,sullaparteintimaposteriorevicinoall'orifiziodelladefecazione" (70 lettere). E lei, con un'aria spazientita: " Insomma sul sedere?" " Ecco,si, non mi veniva la parola..." risposi con imbarazzo.
Alla fine ho ottenuto la mia pomatina, tipo quella che si mette ai bambini per gli arrossamenti del culetto, ma il fastidio non mi è passato subito, e la vicenda mi aveva evidentemente turbato il subconscio, perché la notte seguente ho sognato che tornavo in farmacia e, appena entrato, la farmacista, a voce alta e davanti a tutti, ha esclamato: "Ah, lei è quello del bruciore al culo !"....
La mattina dopo ho preso la bici e l'ho rimessa in cantina....

giovedì 7 ottobre 2010

Elena


Oggi traduco in versi un altro mio racconto, un altro nome di donna al quale ho indirizzato virtuali mazzi di fiori, rapidamente appassiti al mio risveglio....




Astrusa fantasia
scambiare la palestra
per la segreta stanza
dove arrivavi a sciogliere
le mie annodate redini
e insieme avviluppando
contorti miei pensieri.
Che dolce masochismo
arrendersi al tuo invito
di rinnovare ancora
quel morbido supplizio,
forzare le giunture
dell’arto mio ferito
con lente rotazioni.
Reagivo alla tua spinta
pensando quasi a un gioco
invece che all’effetto
del solito esercizio...
Piacevole illusione
confondere il tuo polso
serrato sul mio braccio
col dolce di un abbraccio,
sentire la tue mani
avvinte sul mio petto
non come un esercizio
di esperta terapista,
ma un cupido massaggio
sorgente d’emozione,
scambiando le parole
dettate dal mestiere
per frasi dedicate
speciali per me solo.
Il lume dei tuoi occhi
fissati dal mio sguardo,
un’onda di capelli
discesi sul mio volto,
e il ciondolo d’avorio
pendente dal tuo seno,
miraggi della mente
tornata lustri indietro.
Ho scritto anche dei versi
su questa mia chimera,
ma quando son tornato
per farti questo omaggio
al posto c’era un’altra,
e tu sei andata altrove,
forse per dare inizio
a un'altra doppia azione,
guarire un altro corpo,
ferendo un altro cuore.

mercoledì 6 ottobre 2010

Sensual lingerie


Se era nuda me ne andavo,
la volevo un po’ vestita:
mi piaceva in sottoveste,
col kimono o col pigiama,
col bustino e mutandine
con i pizzi ed i ricami,
con le calze trasparenti,
con il body od il collant.
Meglio ancora in baby doll,
in guepiere e giarrettiere
in corsetto e sottogonna,
in coulotte e perizoma,
se poi sotto la vestaglia
si vedeva il reggipetto
con le coppe a balconcino,
con il tanga o con gli slip,
quasi quasi mi scordavo
che era solo un manichino.

martedì 5 ottobre 2010

Sentieri


Questa immagine sembra un bel sentiero nel bosco, all'ombra di verdi alberi e un bel pergolato di rami e di foglie. Invece l'ho vista sfogliando una rivista medica, e rappresenta una fistola anale.... Quando si dice che l'apparenza inganna.....

lunedì 4 ottobre 2010

Centauro

Ho rischiato diverse volte la pelle, ma questa è la volta che ci sono andato più vicino...

Era tempo che sognavo
una moto giapponese
e alla fine coi risparmi
me la sono conquistata:
bella, nuova e rilucente,
un bel rombo del motore,
la ripresa assai potente,
e montarla un godimento
come quando fai l’amore.
La lanciavo in tangenziale
per andare a lavorare
e attirava come miele
le colleghe in aeroporto.
Quante corse a tutto gas
sui viali all’idroscalo
col sellino condiviso
e due mani in vita strette
di una bionda senza casco,
poi la fine della corsa
su un bel prato del laghetto.
Venne il giorno che scendevo
dal Turchino a tutta birra,
cento curve a cento all’ora
e alla fine un rettilineo
per sfrecciare giù in pianura,
ma poi c’è l‘ultima curva
veramente inaspettata.
Troppo tardi la frenata:
la mia moto decollata
e volata a deformare
la barriera del viadotto,
poi con giri rimbalzata
sull’opposta carreggiata;
io sbalzato a rotolare
sull’asfalto già intasato
dal vicino ferragosto.
Graffi e strappi casco e tuta,
solo botte e contusioni
ma la pelle conservata,
e la moto malridotta
come coccio trasportata
da un furgone di soccorso.
Da quel giorno le due ruote
ho per sempre abbandonato
e talvolta se rifaccio
al volante quella curva
passo in terza ripensando
a quel giorno fortunato
quando in ciel non sono andato
ma soltanto sul selciato.

domenica 3 ottobre 2010

Messaggi


Su una cassetta della posta della mia via ho visto attaccato un messaggio " Con la pubblicità mi ci pulisco il culo"... Linguaggio non proprio fine ma indubbiamente efficace, a meno che qualcuno dei giovanottelli ingaggiati per distribuire pubblicità non lo interpreti diversamente, e riempia la casella di volantini per chi, poveretto, non ha nemmeno i soldi per comprarsi un pò di carta igienica...

sabato 2 ottobre 2010

Nibel


E' un amico affezionato, fedele, paziente, generoso, sempre pronto a farmi compagnia, ad accorrere quando lo chiamo, ad accettare con gioia qualsiasi cosa gli voglia dare o gli voglia dire. La mattina aspetta per fare insieme una passeggiata, se lavoro aspetta che abbia finito, se non sto bene aspetta che sia guarito, se dormo aspetta il mio risveglio, se devo partire aspetta il mio ritorno. E' il mio cane Nibel.

venerdì 1 ottobre 2010

Una gita fuori porta...


Un amico giramondo mi ha proposto di aggregarmi ad un viaggetto che ha in programma, 21 giorni in Cile, isola di Pasqua, Terra del Fuoco ecc. dalle montagne a 4000 mt. ai ghiacciai della Patagonia, insomma una cosa del tutto riposante....
Le avventure non mi hanno mai spaventato, in passato sono andato in posti anche più selvaggi, ho girato abbastanza il mondo e sarei ancora pronto a fare subito la valigia, come ho fatto da un giorno all'altro dieci anni fa per andare alla maratona di Honolulu.
Ma non sono tanto gli anni che ho in più sulle spalle che mi spaventano. Se non fosse per i problemi di salute che mi hanno tarpato le ali in quest'ultimo decennio, non ci penserei due volte a partire, ma un tour de force così intenso metterebbe a rischio me e potrebbe complicare la vita anche agli altri partecipanti, quindi questa volta ricorrerò finalmente a quella riserva di saggezza che ho sempre tenuto da parte e finora mai usato...
A proposito di Honolulu, ho conservato la cartolina che ho spedito ai miei in quell'occasione, e che diceva così :

Festeggiando i sessant’anni
per sconfiggere i malanni
in Gennaio mi son detto:
devo fare un bel giretto,
e di corsa son partito
come Forrest incallito,
superando cento tappe
dei chilometri le mappe,
finchè ho detto, vaffanculu,
vado fino ad Honolulu.
Sono qui col fiato corto
per la grande maratona :
all’arrivo, stanco morto,
m’hanno dato una corona;
del millennio questa fine
voglio chiudere in bellezza:
la mia piuma, come al cine,
sta volando nella brezza.